me a voi

"Ho deciso di scriverti perché è un periodo strano, di confusione silenziosa. Mi sento come anestetizzato dalla vita, sento che deve succedere qualcosa, ma non so cosa. O forse è solo il mio desiderio di cambiamento che me lo fa pensare.
Ma qualcosa mi manca. Ti ricordi? È sempre stato così, lo sento da come respiro la vita.
Sento che mi manca come se mi fosse già appartenuta e qualcuno me l'avesse portata via.

Sento che mi manca come se mi fosse già appartenuta e qualcuno me l'avesse portata via.

Ma non so esattamente cos'è.
C'è chi cerca l'altra metà della mela, io sto cercando ancora la mia mezza. Sono uno spicchio di me stesso.
Ho deciso di parlartene, di scriverti perché tu sei più grande, hai visto e vissuto molte più cose di me, e magari la tua metà l'hai trovata.
Credo che ti chiederò un sacco di cose, perché in questo momento sono un po' confuso. Non capisco. È un po' che penso a questa lettera, a cosa scriverti, ma non tutti i miei pensieri arriveranno a te perché la mente è più veloce della mano e quindi tanti di loro andranno persi. Quello che ti scriverò sarà ciò che la mano e la memoria riusciranno a catturare. Saranno sicuramente pensieri confusi, pieni di contraddizioni e forse anche un po' banali.
Nico, mi sembra di diventare semplicemente un trionfo di luoghi comuni: anzi, ho paura di esserlo già.
Comunque, ho ventotto anni e ci capisco meno di quando ne avevo venti. Speravo che crescendo sarebbe stato tutto più chiaro. Speravo di capire le cose che voglio, i miei obbiettivi, i miei gusti, i miei desideri, e invece no, qui è sempre tutto da capo. A volte vorrei già essere più grande. Avere quell'età in cui ciò che volevo fare purtroppo non l'ho fatto, ma ormai è tardi, e così lo metto via e non ci penso più. Mi accontento, mi standardizzo, insomma mi sistemo.
Ma quali cacchio sono le cose che voglio fare?
Per esempio, parlando di lavoro, ti ricordi di Paolo? Lui alle medie diceva che avrebbe fatto l'architetto, e architetto è diventato: ha scelto la sua strada e l'ha percorsa. Via degli architetti.
Io invece la mia strada non l'ho ancora decisa, o meglio non l'ho ancora capita. A volte ne inizio una e poi a un certo punto non mi piace più il paesaggio che vedo, e allora esco alla prima uscita. O al massimo la ritardo e mi blocco in qualche Autogrill.
Non mi pongo nemmeno il problema di capire se sia giusto o no percorrere una strada e cercare di arrivare il più lontano possibile, perché il mio problema è un passo indietro. Il mio problema è: Qual è la mia strada?
Forse è solo una questione di immaturità: non voglio fare il salto, non voglio saltare la mia linea d'ombra, ma il fatto è che oltre a non sapere cosa è giusto o sbagliato per me, non posso nemmeno saltare perché non vedo nessuna nave nel mio porto. Sono un passo indietro dal decidere tra la cicala e la formica.
C'è anche da dire che io sono molto umorale. Ci sono giorni che mi sveglio e vorrei cambiare ogni cosa, scoppio di sicurezza e mi sento come Tony Manero quando esce di casa e dice: «Vado a farmi il mondo». Poi magari il giorno dopo sono l'uomo più insicuro dell'universo, mi faccio mille domande e tutto diventa come un'enorme cartina geografica da ripiegare – una cosa che non sono mai stato capace di fare. Quando ne apro una rimane aperta sul sedile dietro della macchina per mesi. Tiene compagnia alle bottigliette d'acqua vuote che rotolandoci sopra mentre viaggio diventano passeggeri metaforici della mia vita e del mondo.
In questo periodo mi sento come Alice nel paese delle meraviglie quando mangia il fungo e passa da grande grande a piccola piccola.
Il mio umore è come un pene insicuro e indeciso. Un po' guarda in su e un po' guarda in giù.
Insomma, continuo a camminare, poi torno indietro, faccio un passo avanti, due di lato. Il mio non è un cammino, ma la danza tribale di un ballerino bendato, con qualche livido.
A volte vorrei mollare tutto. Vorrei andarmene da qualche parte nel mondo, perché ci sono giorni che qui mi sta stretto tutto. Questo mio disagio non mi fa capire dove sta il coraggio. Se lascio tutto e me ne vado, è coraggioso, o sto solo scappando? O è più coraggioso rimanere, affrontare le cose e cercare di cambiarle? Non capisco dove sta la mia libertà, non capisco da cosa sono schiavizzato.
Immaturo, immaturo, immaturo.
Addirittura ci sono dei giorni che affido le mie decisioni a dei giochetti. Tipo: se si apre l'ascensore entro cinque secondi, o se nel camminare pesto delle righe del marciapiede, se accendendo il cellulare ricevo un messaggio, allora la mia decisione dev'essere sì. Se non succede, è no. A volte invece in metropolitana o in treno o sull'autobus mi fisso su una persona, mi concentro e mi ripeto: «girati girati guardami guardami girati adesso e subito». Se si gira è sì.
Ma il colmo è che se la decisione non mi convince, o non è quella che voglio veramente, penso che non vale e che era solo un pre-riscaldamento, e riprovo. Anche due o tre volte.
Sento che ho perso in modo chiaro il mio obbiettivo: c'è nebbia qui, nebbia e foschia.
Mi sento come uno scalatore appeso alla parete rocciosa che vede solo ciò che ha davanti appiccicato al naso, e non riesce più a vedere la cima, la vetta, il motivo per cui sta scalando, e nemmeno cosa sta scalando.
Forse ho bisogno di scendere un attimo e chiarirmi bene le idee.
Mi sento solo, Nico, non vedo e non sento nessuno che mi capisca veramente fino in fondo, forse perché sono già io il primo che non si capisce, ma qui, credimi, è tutto un delirio.
Ho sempre voluto fare ciò che volevo nella vita, sono sempre stato pronto a rimettere tutto in gioco, spinto dalla solita irrequietezza, voglia di cambiare, di scappare, di iniziare. Del resto, ho sempre dato il massimo di me negli incominci. Quando inizio una cosa sono sempre bravo, poi mi perdo, piano piano mi spengo, sono come un libro che ha un'introduzione della madonna, ma già nel secondo capitolo si ridimensiona tutto, e lo butteresti nel cesso.
Come quando mi viene il trip di mettere in ordine la stanza e tiro fuori tutto dai cassetti e dagli armadi e poi mi stufo e non ho più voglia di mettere a posto e mi trovo in mezzo a un casino peggio di prima.
Negli investimenti a lungo termine sono decisamente la persona meno adatta. Lo si capisce anche dal fatto che nella mia vita non ho mai comprato un salvadanaio senza il buco sotto. Quelli dove c'è solo il taglietto sopra, mai. I miei sotto hanno sempre avuto il tappo, infatti un sacco di volte sono andato a sfilare i millini, o semplicemente a contare quanti soldi c'erano.
Nella pagina delle cose certe che voglio nella mia vita ci sono scritte poche righe, fra l'altro qualcuna anche a matita, mentre in quella delle cose che non voglio c'è più roba, c'è più sicurezza, più determinazione. Tutto questo per dirti che anche in questo momento, come ho scritto prima, non so esattamente cosa voglio – come sempre, anche in questo momento so solo ciò che non voglio. E non ti sto parlando di lavoro, non ti sto parlando di professione. Parlo di ruoli: non so in che ruolo sto giocando questa partita e non so che ruolo giocare. Sinceramente non ho nemmeno capito che gioco è.
Devo essere più responsabile o va bene così?
Ci sono dei giorni in questi ultimi anni che mi sento assalire da una sensazione di irrequietezza. In quei giorni non ho voglia di uscire e nemmeno di rimanere in casa. Vorrei strapparmi la pelle di dosso. Anche il mio corpo diventa una gabbia.
È come se la vita in quei momenti mi infilasse un dito nel sedere. Se sto seduto lo sento e mi viene istintivo alzarmi, se cammino lo sento e mi viene da sedermi. Con quel dito in quel posto è come se la vita mi volesse dire che non c'è più tempo da perdere, che c'è da prendere una decisione, che non si può più fare finta di niente. Ho provato a distrarmi in un sacco di modi per cercare di non sentirlo: shopping, sesso, droghe, viaggi, ma quel dito rimane. Devo capire come si toglie.
AIUTOOOO!!!
Immaturo, immaturo, immaturo."
Tratto dal libro "Esco a fare due passi" di Fabio Volo

me a voiultima modifica: 2006-10-09T11:19:25+02:00da es-senza83
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